Finanziare l'internazionalizzazione: una sfida possibile, una scelta obbligata

 

Riportiamo l’interessante analisi della Prof.sa Germana Di Falco a proposito di un tema molto sentito dalle Imprese: Come trovare liquidità per finanziare un processo di internazionalizzazione.

Come consulenti ci capita spesso di avere a che fare con aziende italiane che producono prodotti perfetti per il mercato del Far East, ma che purtroppo non hanno abbastanza risorse economiche interne per riuscire ad arrivare su mercati lontani e pieni di potenzialità.

L’analisi della Prof.sa Germana Di Falco , apparsa su ” Newsmercati” N° 180, cerca di  dare una prima risposta a questo annoso problema e cerca di delineare i motivi per cui nel villaggio globale,  in cui tutti siamo chiamati ad operare, è diventato obbligatorio accettare l’idea che una buona linea di finanziamento per l’internazionalizzazione è indispensabile.

Buona Lettura

 

La variabile finanziaria continua a rappresentare per molte aziende il principale fattore di ostacolo all’internazionalizzazione, nonostante il ventaglio dei finanziamenti all’internazionalizzazione sia nutrito sia per tipologia che per fonte/ente finanziatore. Tre sono le regole principali per l’utilizzo dei finanziamenti: scegliere il finanziamento secondo una strategia di impresa, selezionare la linea di finanziamento più conveniente, considerare il progetto d’internazionalizzazione come oggetto del finanziamento.

La statistica afferma – in termini assoluti – un’aumentata capacità di internazionalizzazione delle imprese italiane.

I dati dell’ultimo rapporto Istat e quelli dello studio presentato a febbraio dalla Banca d’Italia mostrano una presenza imprenditoriale italiana all’estero rilevante e in aumento: nel 2011 (ultimo dato disponibile) avevano una stabile presenza all’estero il 18,7% delle imprese industriali e l’8,3% delle aziende di servizi privati non finanziari (entrambe con oltre 20 dipendenti) contro, rispettivamente, il 13,4% e il 4,8% del 2004.

Il dato, positivo in termini assoluti, anche perché in controtendenza rispetto alle performance industriali ai tempi della crisi, mostra i suoi limiti se letto in chiave relativa.

Il rapporto annuale prodotto dal MISE sull’attuazione dello SBA – Small Business Act vede l’Italia – per quanto riguarda gli investimenti in uscita – a quota 25,9% del PIL, contro il 53,9% della Francia e il 45,6% della Germania. Le multinazionali italiane sono, inoltre, di minori dimensioni, più concentrate nei paesi UE e/o limitrofi all’Europa, prediligono modalità di espansione all’estero “soft” (ad esempio accordi di outsourcing internazionale, piuttosto che investimenti diretti), hanno un posizionamento più debole nelle catene del valore globali (GVC- Global Value Chains).

Le imprese che internazionalizzano hanno, tuttavia, performance stabilmente superiori alle equipollenti aziende non internazionalizzate: le multinazionali sono più grandi della media italiana, maggiormente orientate all’innovazione e più produttive non solo delle imprese che non esportano, ma anche di quelle che esportano e continuano a produrre solo in Italia (il vantaggio medio di chi ha delocalizzato è pari a circa il 15% sia in termini di produttività totale dei fattori produttivi che in termini di valore aggiunto per addetto rispetto ai puri esportatori).

Pure con riferimento alla capacità di creare lavoro, tutte le imprese multinazionali hanno registrato incrementi occupazionali in Italia negli anni successivi al primo investimento estero e hanno incrementi di produttività superiori. In buona sostanza, internazionalizzarsi si deve, si può e conviene.

Tuttavia, la variabile finanziaria continua per molti a rappresentare il principale fattore di ostacolo all’internazionalizzazione e si tratta di una difficoltà più forte per le imprese italiane, che non per le altre imprese europee. Non è un caso che i dati dell’ultimo rapporto sull’attuazione dello SBA in Italia vedano l’internazionalizzazione e l’accesso ai finanziamenti come le due variabili che registrano “scarsi risultati” e un “peggioramento nel tempo”. Eppure, il ventaglio dei finanziamenti all’internazionalizzazione è nutrito:

sia per tipologia (contributi, finanziamenti agevolati, sostegno alla costituzione di società all’estero)
sia per fonte/ente finanziatore (tra i fondi pubblici: Regioni, Fondi Nazionali, Fondi Comunitari, a cui si sommano linee di credito garantite dalla BEI, dalla SACE e da diversi organismi internazionali).
L’internazionalizzazione, in particolare delle PMI, è al centro della nuova politica europea per la competitività delle imprese che trova nel nuovo programma COSME e nella nuova strategia per i fondi strutturali 2014-2020 i principali pilastri di finanziamento. Un ammontare di almeno 90 miliardi di euro – tra fondi a gestione diretta e fondi a gestione indiretta – per servizi di supporto, contributi a progetti di internazionalizzazione di imprese e cluster, e finanziamenti agevolati a supporto dell’espansione internazionale, sia verso altri mercati europei, sia verso i mercati extra-europei.

Come utilizzare i finanziamenti per l’internazionalizzazione

La chiave, quando si parla di selezione di fonti di finanziamento, è sempre data dalla capacità di presidiare tre passaggi in modo organico.

Scelta del finanziamento secondo una strategia di impresa

Il primo è dato dalla capacità di scegliere la linea di finanziamento a partire da una chiara strategia di impresa, valutando la compatibilità reale tra fabbisogno finanziario e caratteristiche tecniche del singolo strumento di finanziamento.
Troppo spesso i progetti – anche di internazionalizzazione – si inventano perché c’è un bando. L’approccio corretto ai finanziamenti parte, invece, da un’esplicitazione della strategia di internazionalizzazione con riferimento alla scelta dell’area target, delle modalità di ingresso e della profondità di penetrazione del mercato desiderata, da cui derivano costi che possono essere qualificati per natura (immobilizzazioni fisse, studi di mercato, costi del personale, marketing verso il mercato estero, etc.) e quantificati per ammontare (la “scala” economica del progetto diventa un criterio che orienta nella selezione della più opportuna linea di finanziamento).

Fissata la lista dei costi, l’identificazione delle possibili linee di finanziamento viene guidata da una lettura – in parallelo – dei diversi aspetti di finanziabilità che possono condurre a identificare le fonti di finanziamento. Questi aspetti di finanziabilità sono, solitamente, riconducibili a 5 elementi:

la sede del soggetto richiedente
la natura giuridica del soggetto richiedente
i soggetti (interni o esterni, diretti o indiretti, attuali o potenziali) su cui si manifestano le ricadute positive/i risultati del progetto
i fattori produttivi che vengono utilizzati per realizzare le attività di progetto (fiere, piattaforme B2B, etc.)
il settore di riferimento.
Esempio

Un’impresa localizzata a Milano, che voglia rafforzare la sua presenza per l’esportazione di prodotti agroalimentari di qualità in Germania avvalendosi di una piattaforma di e-commerce, potrebbe coprire i costi del suo processo di internazionalizzazione creando una convergenza tra i fondi:

del POR FESR (perché in Lombardia)
del programma Central Europe (perché in Lombardia e con l’obiettivo territoriale della Germania come mercato di sbocco)
del Programma di Sviluppo Rurale
di Horizon 2020 Sustainable Food (perché internazionalizzazione legata ai prodotti agroalimentari)
del programma HEALTH (perché il marketing potrebbe essere declinato in chiave di educazione alla salute attraverso una corretta alimentazione)
del programma ICT in Horizon 2020 (per il fatto di utilizzare la piattaforma B2B)
del COSME (visto che si tratta di internazionalizzazione).
Selezione della linea di finanziamento più conveniente

Il secondo passo è selezionare la linea di finanziamento più conveniente (in base a criteri di convenienza finanziaria e sostenibilità gestionale) a partire dalle caratteristiche concrete del fabbisogno finanziario ed a prescindere da facili etichette settoriali.

Si possono, in altre parole, trovare finanziamenti a supporto del proprio processo di internazionalizzazione anche al di fuori dei fondi ufficialmente previsti per l’internazionalizzazione di impresa e, talvolta, queste linee di finanziamento convengono se si considerano le modalità e i tempi di erogazione del contributo, le percentuali di copertura dei costi, il numero di partner richiesto per presentare la candidatura del progetto.

Bisogna, in altri termini, fare un ranking ragionato delle linee di finanziamento disponibili, concentrando la propria attenzione su un paio di alternative, le più convenienti.

Progetto d’internazionalizzazione come oggetto del finanziamento

Il terzo e ultimo passo è procedere tenendo conto che oggetto del finanziamento non è l’impresa ma è un progetto d’internazionalizzazione, vale a dire un insieme di attività limitate nel tempo e finalizzate al raggiungimento di un obiettivo specifico, per il quale si richiede e viene valutato il contributo finanziario.

È quindi importante acquisire la consapevolezza e il saper fare pratico che distingue nettamente tra un business plan (che non verrà mai finanziato) e una proposal (una proposta di progetto). Si entra in un mondo di tecnicalità che non è difficile da imparare e che tuttavia esiste e determina il successo o l’insuccesso di una richiesta di contributo. Anche rispetto a questo punto, gli esempi e le guide all’uso su come fare abbondano nell’epoca di Internet (v. Guida all’europrogettazione della Commissione Europea).

Si tratta di iniziare a provare e di entrare nelle reti giuste, in maniera tale che l’accesso ai finanziamenti si trasformi da un evento sporadico e isolato all’attivazione di una fonte semi-ordinaria di finanziamento per coprire i fabbisogni legati all’internazionalizzazione.